Dopo le parole del presidente di Ancc-Coop, Cobas chiede un confronto immediato
Prendiamo atto delle recenti dichiarazioni del presidente di Ancc-Coop Dalle Rive sulla necessità di chiudere i centri commerciali nelle domeniche e nei giorni festivi. Una presa di posizione tardiva e contraddittoria che, tuttavia, conferma ciò che come Cobas denunciamo da anni, fin dall’approvazione delle liberalizzazioni contenute nel decreto Salva Italia del 2011. Quelle norme hanno deregolamentato le aperture dei negozi, incidendo non solo sull’orario di lavoro, ma sull’intera organizzazione del tempo di vita conquistata con decenni di lotte.
Le liberalizzazioni vennero presentate come un volano per l’economia e un simbolo di libertà, più aperture, più vendite, più occupazione e la libertà di fare la spesa in qualsiasi giorno. La realtà è stata esattamente opposta, nessun aumento reale delle vendite, semplicemente diluite su sette giorni invece che su sei, nessuna nuova occupazione stabile. Al contrario, più precarietà, più sfruttamento e un peggioramento drastico delle condizioni di lavoro. Non si è assunto, si è scelto di spremere chi già lavorava.
Ci hanno imbrogliato anche ncon l’idea di essere più liberi, perché potevamo fare acqusiti la domenica, il giorno di festa o addirittura alle undici di sera. La vera libertà sarebbe avere tempo di fare la spesa in un normale giorno feriale, riducendo i carichi di lavoro a parità di salario e il fine settimana sia tempo per noi, fuori da qualsiasi logica di produzione e consumo.
Il tempo di lavoro è un tempo monetizzato, un tempo in cui si produce e si scambia denaro, dedicato ad attività orientate al profitto, accanto a questo esistono però altri tempi fondamentali. Pensiamo al tempo condiviso, quello delle relazioni, da vivere con la famiglia, gli amici, nei rapporti sociali e al tempo riflessivo, dedicato a se stessi, che va ben oltre il generico “tempo libero”, ed è necessario per pensarsi, progettare il proprio futuro, rinnovarsi come persone.
Le liberalizzazioni hanno colpito proprio questa divisione del tempo, cancellando confini che erano stati conquistati e riconosciuti come necessari.
L’esistenza di tempi di riposo universali, comuni a tutti o quasi, è un elemento fondante della socialità umana. Va ben oltre il significato religioso o civile delle festività e delle domeniche, significa potersi ricreare insieme, condividere un tempo sottratto al lavoro, percepire la sacralità del riposo nel riposo generale della collettività. Violare questa sacralità è possibile solo per attività realmente essenziali, che non possono fermarsi, come la sanità o alcuni servizi pubblici, non certo per la vendita di merci.
La trasformazione imposta dalla società dei servizi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, nei settori non essenziali come il commercio e la logistica, incide direttamente su questa possibilità di condivisione. Le aperture domenicali e festive destrutturano la quotidianità dei lavoratori, cancellando tempi di vita strutturati e socialmente riconosciuti. Per chi lavora nel commercio non esiste più una domenica, una vigilia di Natale, un 1° Maggio così come vengono vissuti dal resto della società.
Questo sfruttamento del tempo si intreccia direttamente con il tema della sicurezza. Nel commercio, come in molti altri settori, lo sfruttamento è strutturale: sottorganico cronico, turni spezzati, carichi di lavoro estenuanti. A questo si aggiungono le assunzioni al massimo ribasso, i lavoratori vengono presi con la mansione più bassa, spesso tramite cooperative o agenzie esterne, e poi impiegati in ogni tipo di attività, senza formazione adeguata sui rischi. Il risultato è un aumento costante di infortuni e malattie professionali, che colloca il settore tra quelli a più alto rischio.
I dati INAIL, mostrano un aumento del 3% degli infortuni nel settore rispetto il 2024, confermando che la strage sul lavoro non è un’emergenza, ma una condizione strutturale del sistema produttivo. Aumentano anche gli infortuni in itinere, legati a turni spezzati, orari prolungati, straordinari sistematici e stanchezza accumulata. Non sono fatalità, sono il prodotto diretto di un’organizzazione del lavoro che sacrifica sicurezza e salute in nome del profitto.
La precarietà completa il quadro. Chi ha un contratto a termine, chi lavora in appalto o tramite agenzia sa bene che denunciare un abuso o rifiutare una mansione pericolosa può significare perdere il lavoro. La paura diventa così uno strumento di gestione della forza lavoro, e la sicurezza un lusso che non ci si può permettere.
Il filo rosso è evidente, un sistema che ti ruba il tempo di vita, che ti costringe a lavorare la domenica e nei festivi, che ti rende ricattabile e sottopagato, è lo stesso sistema che ti espone agli infortuni e troppo spesso, alla morte.
Come Cobas mettiamo al centro del nostro agire sindacale la difesa del tempo, della salute e della sicurezza. Chiediamo l’abolizione del lavoro domenicale e festivo nel commercio, controlli reali e stringenti sulla sicurezza, la fine della precarietà e del sotto-organico.
Sappiamo che nulla ci verrà regalato.
Non siamo più disposti a farci rubare il nostro tempo, a essere pagati salari da fame, a lavorare fino ad ammalarci o morire.
Se non ci ridaranno i nostri diritti, ce li prenderemo. Anche fino a fermare le lavorazioni e bloccare la vendita delle merci. Perché se noi ci fermiamo, non si vende nulla, non si produce nulla, non si accumula alcun profitto. E questa è la nostra forza collettiva.
