Il lavoro domenicale nel commercio non è una conquista di modernità.
È il risultato di una scelta politica precisa, fatta nel 2011 con le liberalizzazioni degli orari, che ha scaricato su lavoratrici, lavoratori e piccoli negozi il costo di una crisi che non avevano provocato.

La liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali, avviata nel 2011 con il “decreto Salva Italia” del Governo Monti, che ha rimosso molte restrizioni alle aperture nei giorni festivi, compresa la domenica, è stata lanciata come un volano per l’economia e per l’occupazione.

Tuttavia, a fronte del maggiore ricorso allo shopping festivo, il consumo complessivo in Italia non ha mostrato una crescita significativa: in tutto il periodo, nonostante la liberalizzazione, il settore ha visto una contrazione dei consumi (-2,7%). Le vendite quindi si sono semplicemnte spostate dai giorni feriali al fine settimana, anche perché non è aumentato il potere di acquisto dei consumatori su cui anzi pesa un’inflazione pari al 24%.

Non va meglio per l’occupazione, i dati Istat mostrano come tra lavoratori dipendenti, indipendenti, esterni e temporanei si è scesi sotto gli 1,9 milioni, con quasi 30mila posti andati in fumo. Spesso, inoltre, un lavoratore non ottiene neppure un gran vantaggio economico dal fatto di essere occupato la domenica o in altri giorni festivi. Ciò avviene in deroga al Contratto Nazionale, che prevede una maggiorazione della retribuzione del 30% anche per i part time, semplicemente il lavoro domenicale viene fatto passare per ‘tempo ordinario’.

A questo si aggiunge la precarietà, circa l’80% dei dipendenti è assunto con contratti part-time, in cui però l’orario d’impiego viene distribuito su quasi tutti i giorni della settimana (domenica compresa). Quindi spesso ci si trova a lavorare per poche ore nei festivi con i disagi e le rinunce familiari che superano di gran lunga i benefici.

La deregolamentazione non ha risparmiato le attività di vicinato, non in grado di reggere alla competizione spietata della grande distribuzione. Secondo Unioncamere c’è stata una significativa diminuzione dei negozi tradizionali, si parla di 108.636 unità in meno.

Dopo oltre dieci anni è chiaro che le liberalizzazioni non hanno rilanciato i consumi, non hanno creato buona occupazione, hanno solo accelerato la desertificazione commerciale.

Continuare a difenderle significa difendere un modello che concentra ricchezza in poche mani e scarica i costi sulla vita delle persone.

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