Le date erano state fissate. I temi erano noti. Le lavoratrici e i lavoratori aspettavano risposte. Eppure l’incontro di gennaio sul futuro di Unicoop Etruria è stato rinviato.
Ufficialmente rimandato per consentire ulteriori approfondimenti sui singoli argomenti. Una motivazione che, di per sé, potrebbe anche apparire condivisibile. Se non fosse che il tempo, per chi vive ogni giorno l’incertezza delle cessioni, degli esuberi e delle riorganizzazioni, è ormai un lusso che nessuno può permettersi.
La sensazione – difficile da ignorare – è che, più che gli approfondimenti sui problemi reali dei lavoratori, a pesare siano state altre priorità. Questioni che nulla hanno a che vedere con il merito della trattativa, e che preferiamo non indagare, non conoscere e non commentare. Perché ciò che conta, per noi, è solo il futuro delle persone coinvolte.
Resta però il fatto che l’azienda ha ritenuto opportuno accogliere questa esigenza di rinvio, scegliendo di posticipare un confronto che avrebbe dovuto finalmente entrare nel vivo. Una scelta che lascia più di un interrogativo, soprattutto alla luce della delicatezza del momento.
La nostra organizzazione, è bene ribadirlo con chiarezza, non ha mai chiesto alcun rinvio. Al contrario, abbiamo sempre sostenuto che i temi in discussione – cessioni, investimenti, occupazione, organizzazione delle sedi – siano troppo importanti per essere rimandati ancora. Ogni slittamento non riduce le criticità: le amplifica.
Chi lavora nei punti vendita e nelle sedi non vive di rinvii, ma di certezze. E oggi, di certezze, ce ne sono sempre meno.
Con un pizzico di ironia, ma anche con una buona dose di memoria, non possiamo non ricordare che non si tratta di un episodio isolato. Qualcosa di simile era già accaduto a Colleferro, in occasione dell’incontro con il Sindaco: anche in quel caso, alcune presenze si trasformarono in assenze comunicate con tempistiche… creative.
Non è una questione di stile, ma di sostanza. Perché quando si parla di lavoro, territori e comunità, ogni sedia vuota pesa più di molte parole.
Noi continueremo a sederci a quei tavoli, ogni volta che verranno convocati, con la stessa disponibilità e la stessa determinazione. Non per inseguire equilibri interni che non ci appartengono, ma per rappresentare lavoratrici e lavoratori che non possono permettersi di aspettare ancora.
Il confronto, prima o poi, dovrà ripartire. E quando ripartirà, dovrà farlo nel merito, senza deviazioni, senza scorciatoie e senza rinvii che rischiano di diventare una pericolosa abitudine.
Perché il futuro di centinaia di persone non è un dettaglio organizzativo. È una responsabilità
