Il recente caso dei licenziamenti in Pam, scaturiti dal cosiddetto “test del finto cliente”, ha sollevato un’ondata di indignazione e ha riacceso i riflettori sulle dinamiche sempre più aggressive del mercato del lavoro nella grande distribuzione. L’episodio, che ha coinvolto cassieri a Siena, Livorno e Roma, licenziati per non aver notato un furto simulato da un ispettore aziendale, è stato bollato da alcuni sindacati come una “strategia ottocentesca”. Tuttavia, questa definizione, pur cogliendo l’aspetto vessatorio, rischia di minimizzare un fenomeno ben più attuale e sistemico: la continua e deliberata spinta alla precarizzazione del lavoro.
Il “test del carrello”: un pretesto per eliminare lavoratori tutelati
Il meccanismo è semplice e crudele: un ispettore finge di essere un cliente, nasconde cosmetici, penne o altri piccoli oggetti nel carrello e, se il cassiere, pur nella fretta e sotto pressione, non se ne accorge, scatta il licenziamento per giusta causa. Non si tratta di una “vecchia” pratica padronale, ma di un’applicazione moderna di tecnologie di controllo e di una politica aziendale tesa a sfoltire le fila dei lavoratori a tempo indeterminato e con più anzianità.
Il caso di Fabio, cassiere a Livorno con 13 anni di servizio, licenziato per non aver notato un paio di rossetti nascosti, ne è l’esempio più lampante. L’azienda, invece di tutelare il lavoratore, che può sbagliare come chiunque, utilizza un pretesto per liberarsi di un dipendente che ha raggiunto un livello di stabilità e di diritti che oggi si cerca in ogni modo di smantellare.
Il vero obiettivo: un ricambio generazionale all’insegna della ricattabilità
La grande distribuzione, come gran parte del commercio, spinge da anni verso un modello di ricambio che predilige lavoratori precari, assunti con contratti a termine o part-time, più facilmente controllabili e ricattabili. L’allontanamento di dipendenti con maggiore anzianità, e quindi più tutele, apre la strada all’assunzione di nuove leve con contratti meno garantiti. Questo ciclo vizioso non solo erode i diritti acquisiti, ma genera anche una pressione costante su chi resta, costretto a lavorare in un clima di paura e insicurezza.
La risposta dei sindacati: presidi necessari contro la repressione
Di fronte a questa escalation, la reazione sindacale non può limitarsi alle denunce. Le mobilitazioni già in corso, con presidi e scioperi a Roma, Firenze, Siena e Livorno, sono un segnale importante, ma è necessario alzare il tiro. Tutti i sindacati, uniti, dovrebbero dichiarare che in occasione delle giornate di sciopero già previste, come quelle del 28 novembre e del 12 dicembre, la giornata di protesta non si concluda con la semplice astensione dal lavoro. Si rendono necessari presidi pacifici, ma decisi, di fronte a tutti i negozi Pam, per rendere visibile a tutti i cittadini la vergogna di un’azienda che utilizza metodi intimidatori e pretestuosi per licenziare i lavoratori.
Queste azioni non solo darebbero un segnale forte all’azienda e al settore, ma sensibilizzerebbero anche i consumatori, che dovrebbero essere consapevoli del prezzo sociale che si nasconde dietro un carrello della spesa apparentemente innocuo.
