Tre euro all’ora. Meno di un caffè e una brioche. Tre euro per camminare chilometri, salire scale, riempire cassette postali di volantini che annunciano sconti, offerte e “prezzi imbattibili”. Tre euro per essere invisibili.
A Parma, l’ennesima inchiesta ha portato alla luce una realtà fatta di lavoro nero, sfruttamento e caporalato: lavoratori stranieri, spesso in condizioni di estrema vulnerabilità, impiegati per distribuire volantini della grande distribuzione per una paga da fame.
Ma attenzione: il problema non sono soltanto i caporali.
Il caporale è l’ultimo anello della catena. Quello che si sporca le mani. Ma la catena parte molto più in alto.
Parte da un sistema che pretende di vendere tutto a prezzi stracciati. Parte da una concorrenza feroce tra insegne commerciali che si combattono a colpi di promozioni, sottocosto e campagne pubblicitarie sempre più aggressive. Parte da un modello economico che scarica i costi verso il basso, sempre più in basso, fino ad arrivare al lavoratore che distribuisce volantini per tre euro all’ora.
Perché quei volantini non si materializzano da soli.
Dietro ogni offerta speciale c’è una filiera dello sfruttamento. Ci sono appalti, subappalti, cooperative, intermediari, società di servizi e una lunga teoria di scaricabarile. Ognuno prende la propria quota di profitto e scarica il rischio sul gradino più debole.
E alla fine qualcuno consegna migliaia di volantini per pochi euro, senza contratto, senza tutele, senza diritti.
Nessuno è assolto.
Non il caporale. Non l’azienda che organizza il servizio. Non la società che subappalta. E nemmeno la grande distribuzione, che troppo spesso si rifugia dietro la formula ipocrita del “non sapevamo”.
Non sapere non è un’attenuante.
Quando si pretende di abbassare continuamente i costi, quando si cercano servizi sempre più economici, quando l’unica bussola è il margine di profitto, si crea il terreno perfetto per il lavoro nero e il caporalato.
La stessa grande distribuzione che espone i volantini pieni di sorrisi e offerte speciali è spesso attraversata da condizioni di lavoro sempre più pesanti: salari bassi, precarietà, esternalizzazioni, domeniche lavorative, appalti al ribasso. Le cronache degli ultimi anni raccontano di lavoratori dei supermercati costretti a turni massacranti e paghe irrisorie, in alcuni casi fino a poco più di un euro all’ora.
È sempre la stessa storia.
Cambiano le divise, cambiano i nomi delle aziende, cambiano i codici Ateco. Ma il meccanismo resta identico: il profitto si costruisce comprimendo il costo del lavoro e sfruttando il bisogno delle persone.
E allora smettiamola con l’indignazione di un giorno.
Perché il caporalato non è una mela marcia. È il frutto maturo di un sistema che considera il lavoro una merce da acquistare al prezzo più basso possibile.
Finché accetteremo che la competizione si giochi sulla pelle di chi lavora, continueremo a trovare qualcuno pagato tre euro all’ora per riempire le nostre cassette della posta.
E ogni volantino distribuito in queste condizioni non è pubblicità.
È un pezzo di sfruttamento stampato a colori.
